Oggi son di visita, dopo molto tempo.
Ti ho pensato ancora e più forte che mai.
Ho una lacrima che scorre silenziosa.
Ciao Gatto, un giorno quando verrò a trovarti, "Ti regalerò una rosa",
una rossa rossa per dipingere ogni cosa
una rosa bianca che ti serva per dimenticare
ogni piccolo dolore.
LA MACCHINA DELL'AFFETTO
Inventarono la macchina dell'affetto perchè nel mondo esisteva solo il ricordo di questo sentimento.
Il giorno che la inaugurarono era lucida, splendente con tante luci colorate, blu, rosse e bianche, era stupenda il sindaco della città la volle mettere sulla piazza principale vicino a un fiume che scorreva impetuoso.
Era sta un'invenzione nata per caso nell'era della robotica, quando ogni cosa era vincolata e gestita dal vile ma necessario denaro.
La sera quando la gente rientrava in casa non trovava l'affeto ad accoglierli dopo una dura giornata di lavoro se non quello intimo verso la prole, mancava l'aria, la poesia ma soprattutto i sogni, le notti erano riposo senza colori come un film in bianco e nero e anche l'arcobaleno aveva perso i suoi brillanti colori.
Ogni giorno per tutti era uguale all'altro lavoro, vacanze e poi solo oblio e niente da chiedere al domani.
Mancava quel tocco di brezza che fa di un tramonto uno spettacolo da vivere accanto a chi si ama per restare solo un calar del sole, mentre la notte era solo buio viatico senza stelle.
Cominciarono scettici a recarsi verso la nuova macchina, ad attingere pinte di felicità colorata che come birra usciva a fiumi dai rubinetti color arcobaleno, il primo strano effetto fu che per le strade la poesia ricominciò a circolare, anche nelle mani di coloro che neanche sapevano di possederla, dipinti spuntarono sui grigi muri mentre l'aggeggio continuava a sfornare affetto, amore liquido e tanta sottile brezza per accarezzare i volti delle persone che si amano. Ma nessuno si prendeva cura della dispensatrice di nuova linfa, ognuno prendeva si abbeverava della sua fresca flagranza e andava via, le spie un giorno luminose e brillanti perdevano la loro lucentezza, certe volte l'essenza, il nettare della felicità usciva a tratti, allora con un calcio ben assestato la rimettevano in riga, e lei ritornava a mescere nuovo sentimento.
Ma i colori brillanti piano piano divennero grigi, sempre più tenui, ma nessuno ci badava, protesi com'erano a spillare il nettare divino, nessuno ne aveva curava, nessun olio negli ingranaggi nessuna carezza ma solo sorrisi di compiacenza e circostanza, e calci sempre più forti per tirare più miscela di felicità.
Quel giorno d'autunno la macchina cadde come le foglie del parco circostante, smise di dare vita e poesia e taque per sempre,nessuno voleva rassegnarsi,i calci divennero violenti brutali,perchè nessuno voleva rinunciare a quella miscela di vita, alla fine rassegnati dopo giorni e giorni la buttarono nel greto del fiume, triste rottame di quello che non era più.
Qualche tempo dopo, un giorno un bambino passando si incuriosì e con le sue piccole mani accarezzò le ferite di quell'ammasso di ferraglia, ed allora come per magia ripresero vita le luci, e ridiedero vita per qualche istante alla massa informe, per ricadere nell'oblio per sempre.
Nessuno aveva capito che per costruire quella macchina e donare felicità le avevano dato in dono un'anima da cullare e da scaldare nelle notti d'inverno, era un essere vivente che voleva sentire anche lui un tocco affettuoso un barlume di vita.
Ma ora giaceva per sempre sul greto del fiume a guardare scorrere la vita degli altri.
walkerbho
L' ECO
Un ragazzino e suo padre passeggiavano tra le montagne...
All'improvviso il ragazzino inciampò,
cadde e, facendosi male, urlò:
"AAAhhhhhhhhhhh!!!".
Con suo gran stupore il bimbo sentì
una voce venire dalle montagne che ripeteva:
"AAAhhhhhhhhhhh!!!".
Con curiosità, egli chiese: "Chi sei tu?",
e ricevette la risposta: "Chi sei tu?".
Dopo il ragazzino urlò: "Io ti sento! Chi sei?",
e la voce rispose: "Io ti sento! Chi sei?".
Infuriato da quella risposta egli urlò: "Codardo!".
E ricevette la risposta: "Codardo!".
Allora il bimbo guardò suo padre
e gli chiese: "Papà, che succede?".
Il padre gli sorrise e rispose:
"Figlio mio, ora stai attento!".
Gridò: "Tu sei un campione!",
e la voce rispose: "Tu sei un campione!".
Il figlio era sorpreso, ma non capiva.
Allora il padre gli spiegò:
"La gente chiama questo fenomeno ECO,
ma in realtà è VITA.
La vita, come un'eco, ti restituisce quello che tu dici o fai.
La vita non è altro che il riflesso delle nostre azioni.
Se tu desideri più amore nel mondo,
devi creare più amore nel tuo cuore;
Se vuoi che la gente ti rispetti,
devi tu rispettare gli altri per primo.
Questo principio va applicato in ogni cosa,
in ogni aspetto della vita;
La vita ti restituisce ciò che tu hai dato ad essa.
La nostra vita non è un insieme di coincidenze:
è lo specchio di noi stessi!".
Gatto Pungiglione era un campione.
***
Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era...
sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera
G.Pascoli
GaTTo chIAma tErRa...
gaTTo cHIAma TeRRa...

TErrA Rrr... RispOnDi


? ? ? ? ?


Il sonno
E il Sonno che prendeva diletto
a quello sguardo luminoso
con gli occhi aperti addormentò il fanciullo.

T i l t

Io?
Vengo dalla Luna

Ero il gioco, ero la corsa, il fiero vento, la vita spesierata e allegra, ero libero senza confini. Ero vivo.

utente anonimo in Oggi son di visita, ...
skarbie in Oggi son di visita, ...